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Il filo.

Immagine del redattore: Serena Scarel
Serena Scarel
2 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

Le ossa hanno smesso, infine, di farmi male.

Mi hanno sorretto per più di otto decenni, fin da quando ancora incerta sulle mie gambette di bambina seguivo mia madre in campagna, di volta in volta più sicura e spedita. Allora ignoravo quanto lungo fosse il filo che Clotho mi aveva riservato.

Dopo avermi sostenuta per tutti quegli anni, da qualche tempo quelle stesse ossa si sono rifatte bambine. Di mese in mese l’insicurezza si è impadronita delle mie gambe, dimentiche di aver percorso le strade del mio paese per portarmi al lavoro, tutti i giorni fuorché la domenica e il lunedì. Lachesi, seduta sulla sua roccia, fa intanto scorrere fra le dita sottili il filo della mia sorte. Ha assistito muta a ogni mia decisione, a ogni mio conflitto e anche a ogni mia gioia. Io, pur consapevole che la porzione di vita che mi spettava era di lunghezza limitata, ho evitato di pensarci perché, se non ci sentiamo un po’ immortali, non possediamo l’impeto di costruirci un futuro.

A quindici anni sognavo il ragazzo che mi sarebbe stato accanto per sempre. Nel momento dello scambio degli anelli il sorriso che rivolgevo all’uomo che stavo sposando, conteneva la promessa dei figli che avremo avuto. Alla loro nascita già li immaginavo crescere. Trascorri l’intera esistenza a guardare davanti a te, a disegnare il futuro fino a quando, da un attimo all’altro, ti rendi conto che il futuro non esiste più. C’è forse un domani. Forse un dopodomani. Ma neppure di ciò c’è certezza. Così l’attenzione si sposta verso quello che ti sei lasciata dietro, a ciò che hai vissuto, se lo hai fatto. Una rivelazione, questa, giuntami non quando hanno diagnosticato il mio male, bensì alcuni anni prima.

Il mio compagno di sempre, il padre dei miei figli, se n’era andato. La convinzione che lo avrei presto seguito mi aveva consolata. Non potevo allora sapere che Clotho aveva usato due misure differenti per noi e che sarebbero trascorsi anni, prima che Atropo si avvicinasse con le sue forbici affilate per tagliare il mio filo. La sua presenza, adesso che il dolore alle mie ossa tarlate dal male è stato debellato dai farmaci che mi somministrano, è ormai quasi palpabile accanto a me. Potrei allungare la mano e sfiorarla, ma lei ancora si ritrae per non spaventare i miei figli raccolti intorno al mio letto e i miei nipoti, con i loro giovani volti tristi. Eppure non è necessario che si affliggano per me. Lo capiranno più avanti.

Ieri - o è stato questa mattina? – mia figlia mi ha chiesto se avevo paura della morte. Lo ha fatto con voce serena, senza la compassione inutile che si riserva ai vecchi in fin di vita. Avrei voluto dirle di più, ma la morfina oltre al dolore si porta via anche una parte della lucidità rimastami. Talvolta mi pare anche di parlare da sola. Altre volte, quando finisco una frase, la luce nella stanza è cambiata. Non ha più importanza, quello che mi premeva di dirle l’ho detto e lei mi ha stretto piano la mano e mi ha posato un bacio sulla fronte, come se avesse capito tutto. Ma quelli più giovani non possono e non devono capire. Loro, nella loro presunta immortalità, devono pensare al futuro, fin quando ne hanno uno. È giusto così.

Io, le ho detto, la mia vita l’ho vissuta. Ho fatto le mie scelte. Ho anche goduto del privilegio di essere spesso soddisfatta e a volte addirittura felice. Quando ho deciso la mia indipendenza. Quando ho incontrato un compagno che la rispettasse. Quando i miei figli mi hanno guardato con i loro occhietti ancora annebbiati per la prima volta, tanti anni fa.

Vi ho sempre voluto bene, ho detto e ho notato che lei deglutiva più volte, ma non ho visto lacrime sul suo volto, solo pace. Sulle scelte sbagliate, sulle decisioni le cui conseguenze non hanno fatto soffrire solo me, non ho voluto soffermarmi.

Non ho paura di morire, le ho detto. Morire non fa male e adesso anche le mie ossa non fanno più male, quindi posso andarmene saltellando come quando giocavo sull’aia della fattoria dei miei genitori. Incidevo sulla ghiaia delle caselle con uno stecco, poi gettavo un sasso prima su quella più vicina poi sempre più lontano e il gioco consisteva nel raccoglierlo ogni volta rimanendo in equilibrio su un piede solo.

Ho voltato la testa sentendo che la stanza si riempiva di altre presenze: in piedi, accanto al mio letto, c’erano i miei tre figli. Sarebbe stato un momento buono per andarmene, ma Atropo era distratta. O le sue forbici erano richieste altrove con maggiore urgenza.

Era bello sentirli vicini.

Avrei voluto dire loro che mi avvicinavo alla porta, i cui battenti si stavano lentamente schiudendo per me, priva di fardelli. Che mi sentivo leggera e che vi sarei passata attraverso senza rimpianti. Avrei inoltre desiderato dire loro che non dovevano addolorarsi quando quella porta si sarebbe richiusa per sempre, lasciando un guscio vuoto con le mie sembianze su quello stesso letto dove giacevo da giorni. Ma temo di essermi addormentata mentre cercavo di spiegare quella sensazione: era come una coperta morbida e calda che ti accoglie quando hai freddo. O come l’acqua fresca che ti scende in gola a placare una sete insopportabile. Forse gliel’ho anche detto, o forse questi pensieri galleggiano nella mia mente senza trovare una via d’uscita e dissolvendosi pian piano. Non importa. Lo so che soffriranno quando morirò, come hanno sofferto quando se n’è andato il loro padre. Si consoleranno sapendo che ho vissuto. La certezza che anche loro, i miei tre figli, continueranno a vivere la loro vita, il filo che Clotho ha previsto, mi appaga. Ognuno procederà col riempirla di decisioni, conflitti da superare, gioie. Auguro loro di poter dire, un giorno che spero lontano, la stessa cosa: ho vissuto.

Adesso, però, sono stanca. C’è un’altra presenza accanto a me, la percepisco nonostante tenga le palpebre abbassate. É l’istante che aspettavo, quello in cui mi pervade la consapevolezza che non le alzerò più.

 

 
 

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